Un Napoletano in Sicilia – un mese dopo

Eccoci qui dopo un mese. Seguendo le linee guida della Piramide Inversa (grazie Carlo) inizio dalla notizia più importante in modo che, se sei di fretta, non ti perda il succo del post.

Mi sono trasferito un mese fa in Sicilia. Sto bene, non mi manca nulla, non sono dimagrito (anzi) e non lavoro troppo. Le persone del luogo mi trattano bene, ho qualsiasi negozio mi possa servire sotto casa (anche un negozio di musica) e non fa nemmeno troppo caldo.

Bene se adesso hai qualcosa di più importante da fare, vai pure, tanto quello che seguirà saranno solo vaneggiamenti e qualche foto.

La casa

La prima questione da risolvere per un emigrante è trovare una casa. “Siamo nel 2013” – dirai tu – “Basta connettersi ad Internet e cercare tra gli annunci”. Questo è esattamente quello che pensavo io prima di imbarcarmi in questa avventura. Che ci vorrà mai? mi dicevo, una settimana e sono accasato.

In realtà la ricerca di una casa, anche nel 2013, segue più o meno questi passi:

  1. Cercare un annuncio (Internet, giornali, cartelli appesi ai semafori, passaparola)
  2. Telefonare
  3. Prendere un appuntamento
  4. Visitare un tugurio (monolocale su due piani con ingresso indipendente e giardino stile tropicale è automaticamente tradotto in appartamento faccia strada, con un soppalco creato alla bell’e meglio, con palude piena di rovi a cui si accede tramite una porta ricavata nel bagno)
  5. Ripetere

Ovviamente sto parlando di chi, come me, cercava una casa con un budget limitato.

La cosa più divertente, però, è che gli agenti immobiliari sanno benissimo di proporti una catapecchia, ma avendo loro lo stomaco foderato di peli e amianto riescono a dire cose del tipo:

Sì, beh, la casa è in buone condizioni..certo, le deve piacere “il contesto”

Il contesto lo lascio immaginare a te…

Oppure

Lei la vede così, ma lei se la deve immaginare arredata, con qualche lavoro di muratura, una mano di pittura alle pareti, qualche aggiusto alle porte, gli elettrodomestici nuovi e un po’ di buon gusto femminile

Praticamente, un’altra casa.

Alla fine siamo (io e Valy) approdati ad Aci Sant’Antonio, in una casa al centro del paese, con un terrazzino (seguiranno foto)

Le persone

C’è da premettere che all’inizio non ho avuto molti rapporti con gli autoctoni. Un po’ perché appena arrivato ho frequentato maggiormente i ragazzi dell’ufficio, un po’ perché (ma questa è stata la mia impressione), i Siciliani sono un po’ diffidenti all’inizio.

Non so se questo è dovuto alla mia provenienza partenopea, oppure fanno così con tutti. Fatto sta che per i primi giorni ai miei Buongiorno con annesso sorriso a 50 denti ricevevo in risposta dei singoli Umph .

Con il passare dei giorni, però, le varie persone del quartiere si sono abituate alla mia presenza, e sono riusciti a rispondermi prima con singole parole e poi via via con frasi di senso compiuto (una volta mi è stato detto perfino “Grazie e buona giornata anche a lei”!).

Diciamo che questo cozzava un po’ con la solita idea di persona del Sud, invadente e ignara del concetto di privacy. Ma, come ho scoperto poi dopo, era solo un assestamento iniziale.

Facciamo l’esempio del macellaio.

Scendo da casa e mi avvio verso il macellaio. Da fuori si sentono grasse risate, ci saranno tipo 10 persone che scherzano e ridono allegramente lì dentro. Allora entro io: il silenzio.

Sguardi interrogativi volano da destra a sinistra, tra avventori e macellai, dalla cassa al banco carni. L’unico rumore che si sente nell’aria è lo stridio metallico di un macellaio che affila un coltello e lo scatto aritmico di uno di quegli aggeggi con la luce blu che attira gli insetti.

Il silenzio dura finché resto in fila, prendo il mio petto di pollo e me ne vado. La cassiera comincia a sondare il terreno: pensa che io sia un turista e infatti mi offre il servizio di spedizione carni sottovuoto. Gentilmente rifiuto ed esco.

Dopo un paio di giorni torno dal macellaio ma questa volta nessuno interrompe il suo discorso. La cassiera si fa più diretta. Mi chiede: È qui in vacanza? E io allora rispondo che mi sono trasferito, sì, la casa qui sopra, è un bel quartiere, grazie grazie, arrivederci.

Il terzo (e fatidico) giorno, torno in macelleria. Ci sono solo io e il macellaio mi sta spiegando che tipi di Hamburger vendono. Mentre me li prepara mi dice: “È capitato in un bel quartiere. Qui ci sono tutte persone perbene, tra di noi magari ci punzecchiamo un po’, ma con i forestieri siamo gentilissimi” (no, non ha usato la parola punzecchiamo, il discorso me l’ha fatto in siciliano stretto, ed è durato molto di più: questo è quello che ho capito).

Dopodiché mi ha fatto la domanda fatidica.

La napoletanità

“Ma tu di dove sei?”

Ogni volta che mi fanno questa domanda non so mai se rispondere “Mì? Mi son de Milan, testina” e fuggire a gambe levate oppure dire la verità. Il fatto è il rapporto con i Napoletani è un po’ come per il tartufo: o ne vai pazzo, oppure non riesci nemmeno a sopportarne l’odore.

In ogni caso, mi faccio coraggio e dico:

Io sono di Napoli.

Ora, quando ho visto Benvenuti al Sud, non credevo possibile che qualcuno possa immaginare ancora una Napoli stile ‘800, dove le persone sono intente alle regolari attività quali mangiare la pizza e suonare il mandolino. Ma a quanto pare, è ancora così.

Non avevo ancora finito di dire Napoli che la macelleria si trasforma. Tutti i presenti hanno cominciato a saltellare sul posto, agitando le mani a mo’ di tarantella e gridando:

Uè uè! Jamm jà!

Il signore accanto a me mi tira per la manica e mi dice che lui una volta c’è stato a Napoli e che poi non è così diversa da Catania, il macellaio mi informa che sua moglie fa cognome Di Gennaro e che quindi è di chiare origini napoletane, l’aiuto macellaio si domanda perché “sono emigrato al contrario”. Insomma, sembra sempre che dove arriviamo noi arriva l’ammuina.

L’altro argomento HOT che sembra essere obbligatorio per ogni persona del posto che apprende le mie origini è la pizza.

Ah, sei di Napoli? Allora ti devo portare in un posto dove fanno la pizza meglio che dalle tue parti!

Ora, già dopo due settimane che ero qui ho capito che questo discorso è meglio saltarlo del tutto, dato che se provi a protestare o a dire che la pizza dalle tue parti è migliore ti bollano come “il solito napoletano che deve dire che la pizza la sanno fare solo là”.

Fortunatamente poi conosci siciliani che ti dicono:

Anche io pensavo che voi esageraste. Poi sono andata a Napoli, ho mangiato la pizza “Da Michele” e ho creduto

e acquisti un po’ di credibilità.

E si continua

Ci sarebbero ancora altre cose da dire, e magari ne approfitterò nei prossimi giorni per riprendere un po’ a scrivere. A presto 🙂

6 thoughts on “Un Napoletano in Sicilia – un mese dopo”

  1. Bellissimo resoconto. E’ stato un piacere leggerlo. Mi è dispiaciuto quando è finito il post. Avrei voluto continuare a leggere 🙂
    PS: quanta cacchio di carne mangi!?

    1. Carlo è tutta una tecnica, così chi legge si chiede se tornerò a scrivere 😀

      PS

      Ma no, pochissima…è capitato che sono andato due tre volte perché compravo una cosa per volta 😉

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