Il berna point (parte prima)

Ed arrivò il giorno.

Dopo che i 1200 piccoli rossi e luccicanti quadrettini di plastica o cartoncino, accuratamente ritagliati, furono incollati minuziosamente negli appositi spazi, eravamo pronti a partire. Non sapevamo quando e se avremmo fatto ritorno, l’unica cosa certa era che dovevamo partire.

La discesa delle scale fu accompagnata dalle parole di mia sorella, che mi rammentò: “Io ho già vissuto sulla mia pelle il destino che incombe su di te, vai sereno, e torna!”.

Così, saliti in macchina, fummo risucchiati dalla lunga lingua d’asfalto, che si disegna tra i paesi del casertano, e dopo un lungo vagare in paesi dal nome vagamente esotico (Gricignano, Lusciano, Grazzanise), io e mio padre arrivammo in quel di San Marco Evangelista.

La cittadina si sviluppava a lato di un lungo stradone, irto di pericoli e venditori ambulanti, pronti a tutto pur di adescare ignari passanti all’acquisto della loro squallida merce. Era un mondo difficile.

Subito ci si presentò il primo ostacolo: il punto di raccolta ove eravamo diretti io ed il mio genitore era stato spostato! Saremmo forse stati costretti ad un errare senza fine per quei luoghi? Mio padre avvistò un esercizio commerciale e, prontamente, sterzò affrontando impavido le aggressive e noncuranti vetture che reclamavano la loro superiorità e appartenenza a quel pezzo grigio di bitume. Entrammo nel bar, e l’oste ci informò con bieca indifferenza che …

“avieta pruevà cchiùè allà”.

La lingua. Stolti eravamo stati a partire senza nemmeno un papiro che ci permettesse di decifrare (o almeno tentare) l’arcano linguaggio del posto. Ma ormai era fatta, e dovevamo viaggiare così, senza interprete, con la speranza di aver intuito dai gesti ove dovevamo dirigerci. Come ho già detto…Era un mondo difficile.

Cominciammo a cadere nello sconforto…squallide locande si avvicendavano a immensi alveari di appartamenti, tutti smorti, di un grigiore morente. Da lontano, scorsi un rappresentante della fauna locale, un “Cafonibus Truzzantis”, che sostava al sole, probabilmente per la muta primaverile, mi informò mio padre. Ed infatti, avvicinandoci, potei scorgere le peculiari lenti specchiate volto-ricoprenti che caratterizzano questa specie in primavera (anche se alcuni gruppi, probabilmente su una scia evolutiva, sono stati avvistati anche durante i mesi invernali). L’esemplare doveva aver appena cominciato la sua trasformazione (che si sarebbe completata solo verso i primi di Giugno) ed infatti un prominente pellicciotto si imponeva a corona della sua testa, conferendo un’aura di solennità alle parole che avrebbe di li a poco pronunciato, dopo la mia richiesta per l’ubicazione del “centro di raccolta”:

“Aviet viest o Pippércafè? Ce siet passet propret annanz…eh..chill o lunedì sta chieuso…e frent ste na trevars…vient mietr aròpp o cuoell e paper truete o berna point”

La situazione peggiorò rapidamente. Sapevamo che il Cafonibus stava cercando di comunicarci qualcosa, probabilmente le informazioni che cercavamo, ma purtroppo tutti i suoi sforzi erano stati vani. Stavamo per ammettere la rovinosa sconfitta quando, alzando gli occhi, vidi un’insegna che recitava:

Piper Cafè – O lunedì stamm chieuso

E, di fronte, un lampione. Collegai immediatamente la caratteristica forma del lampione al collo di una papera e dissi a mio padre “Lì!”.

Ma quella che ci aspettava era una seconda fila interminabile di palazzoni, tutti dannatamente e diabolicamente identici. Ed un vecchio. Solo. Ai bordi di una strada senza marciapiede. Fermo. Immobile e impassibile. Si faceva riscaldare dal sole di un Marzo che volgeva alla fine, con i suoi sbotti d’umore. Due parole:

Berna point?

Seguite da un cenno degli occhi.

La nostra gioia fu immensa.

L’avevamo trovato.

5 thoughts on “Il berna point (parte prima)”

  1. Purtroppo quest’anno sono venuta meno al solito rito: ho dimenticato per la prima volta di spedire i punti…

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